La tossicità delle aspettative
Una breve riflessione su quanto accaduto presso l'Università IULM tra lunedì e martedì e sulla condizione dei ragazzi di oggi.
Ho purtroppo appreso solo ieri sera del tragico evento avvenuto nella notte tra lunedì e martedì presso l'Università IULM di Milano. Una ragazza di appena 19 anni si è tolta la vita nei bagni dell'Ateneo, lasciando un messaggio nel quale motivava il gesto: scriveva di aver fallito tutto. Leggendo un interessante articolo su Today (qui il link) ho avuto conferma di come questo non sia affatto un caso isolato, dal momento che gli ultimi dati ISTAT disponibili (2019) parlano di circa 4000 suicidi all'anno, di cui circa 200 casi fra gli under 24. Mi sono dunque ritrovata a riflettere su cosa stia accadendo a questa generazione di promesse, nelle cui mani c'è il futuro del nostro maltrattato mondo. Questi giovani sono bombardati di aspettative. Spesso silenziose, non ammesse, buttate lì, come un messaggio subliminale. "Solo i migliori vanno avanti".
Ma cosa definisce l'"essere migliori"? Per me su questo punto si fa troppa confusione. Cosa rende una persona migliore? E migliore rispetto a chi?

In primo luogo, penso che l'unico oggetto di paragone debba essere la nostra stessa persona. Ci torno tra un attimo.
Questa competizione sfrenata che si scatena all'interno delle scuole e nelle Università ricorda i combattimenti nelle arene tra gladiatori, spesso schiavi, a cui toccava il destino di vincere, sopravvivere per lo più, o morire con dignità. Arrivò ad un certo punto, nel 73 a.C, Spartaco, grazie al quale si sollevò una rivolta che portò all'attenzione di tutti, Senato compreso, le terribili condizioni a cui gli schiavi erano sottoposti.
Non è giusto mettere i giovani gli uni contro gli altri, dicendo loro che solo alcuni ce la possono fare, mentre chi si accontenta di risultati discreti ma non eccellenti è destinato alla miseria. Non è questione di ambizione, è questione di connessioni e capacità di fare squadra. Attraverso la collaborazione e la cooperazione si possono raggiungere grandi risultati, ma troppo spesso lo si dimentica. Si lascia trionfare l'individualismo e il bisogno di primeggiare.
Il concetto di cooperazione ci ricorda che ognuno di noi può dare un contributo all'interno della missione che si è chiamati a svolgere. Spesso diversi team si confrontano, ma la vittoria è possibile solo grazie all'unione di diversi talenti e capacità. La competizione non deve spegnere il luminoso contributo che ogni giocatore può dare all'interno della partita.
Se mai, e qui torno al "migliore di chi", dovremmo cercare di lavorare con convinzione e grinta al miglioramento di noi stessi. Possiamo essere la nostra versione migliore? Certo. Possiamo diventare chi vogliamo essere. E nessuno può venire a dirci che chi vogliamo essere non è abbastanza.

Occorre insegnare ai giovani che un voto non li qualifica. Va benissimo desiderare di più, non perché i ragazzi accanto a noi abbiano avuto di più, ma solo perchè noi vogliamo di più per noi stessi. Occorre ricordare, perché ancora troppo poco lo si fa, che l'errore è parte di un percorso di crescita sano. Non ci sono fallimenti infiniti nel tempo e nello spazio. Ci sono piccoli inciampi lungo il percorso di maturazione, che tantissimo possono dirci su chi vogliamo diventare.
Concludo questa riflessione, che è più uno sfogo personale, dicendo che siamo noi e solo noi a decidere che linea dare al nostro percorso. Le aspettative di chi è intorno a noi devono contare zero, perché la nostra vita è solo nostra, non è nelle mani di nessun altro. Cerchiamo un sogno, una visione di noi nel futuro, e proviamo a raggiungerla, tenendo sempre a mente che i percorsi non possono essere lineari e che prevedono cadute e deviazioni. E va bene così, la vita è anche questo. Ma non dobbiamo mai perdere di vista chi vogliamo essere. Non bisogna lasciarlo scegliere agli altri.
Angela
