
Cos'è il Reiki?
Quest'oggi inizia l'esplorazione di una disciplina la cui storia è antica come l'uomo stesso, ma la cui scoperta si deve a Mikao Usui, intorno alla metà del XIX secolo.

Non fraintendetemi, comunque, perché non è mia intenzione approfondire i parallelismi tra l'uso delle mani nella pratica Reiki e nel Cristianesimo o tra la rivelazione di Mikao Usui e quella di Siddharta Gautama. Insomma, intendo adottare una prospettiva laica e distaccata dalla spiritualità nell'analisi di questa disciplina.
Al di là delle origini del Reiki, vorrei introdurvi a questa disciplina per quello che oggi può significare e per quello che di buono può portare nella vita di ciascuno di noi.

Il
Reiki è spesso definito una "pratica di guarigione naturale"
(Swami Anand Ajad, in Miszczyszyn e Masseglia, 2017) ma anche
"ricongiunzione dell'energia individuale, il Ki, con l'energia
dell'universo, il Rei" (Benajir, in op. cit, 2017).
Questa disciplina richiede, secondo la prassi attualmente in vigore,
che un Maestro attivi lo studente nel corso di un momento di
formazione, al termine del quale lo studente diventa un operatore
Reiki di I Livello. L'attivazione è un momento molto significativo,
perché in qualche modo apre i canali all'interno del nostro corpo
che permettono un fluido passaggio dell'energia vitale universale
(così spesso Reiki viene chiamato) attraverso le nostre mani verso
il corpo del ricevente. Dunque, per quanto alcuni autori come Diane
Stein (2003) ritengano che il Reiki debba essere diffuso affinché chiunque,
anche senza intercessione di un maestro, possa usufruire di tale dono,
resta comunque consigliabile affidarsi ad un Maestro e non solo a dei
libri.
Non tanto per dei pericoli nascosti dietro una pratica
autonoma, ma perché il Maestro, come in tutti i campi del sapere, si
pone come facilitatore e guida in un momento delicato di cambiamento
a livello energetico e, per chi crede in qualcosa, spirituale.
Attualmente
questa disciplina trova applicazione anche in campo medico in
abbinamento a terapie tradizionali. Mi preme molto sottolineare
questo aspetto: il Reiki non può e non deve sostituire fondamentali
trattamenti medici. Chi pensa che il Reiki da solo possa guarire dal
cancro o da qualsiasi altra malattia (senza ulteriori esami di
approfondimento) non avrà mai troppa credibilità, nè la mia fiducia. Il Reiki, per come
la vedo io e per come la vedono in tanti, è una sorta di
supporto e boost non solo per il proprio corpo e per la propria interiorità, ma anche per una serie di dispositivi medici già presenti e la
cui efficacia è scientificamente provata, e infatti un trattamento
Reiki può anche essere utilizzato sui medicinali per renderli più
efficaci e diminuire gli eventuali effetti collaterali. Dunque,
prestate attenzione alle mani a cui vi affidate.

Detto ciò, vorrei dirvi come io mi sono avvicinata al Reiki. Come spiegato già alla mia bravissima Master, Daniela Leone, che trovate su Instagram come @tempiodellanima, per me avvicinarmi al Reiki è stato decisamente naturale. Come sapete sono facilitatrice Mindfulness già da un po' e ho una vita interiore decisamente ricca...si potrebbe dire che io abbia sviluppato molto la mia intelligenza intrapersonale sin dall'adolescenza. Non ho mai avuto troppa paura di entrare in contatto con la mia emotività, ho sempre desiderato scoprire di più di me stessa. Ho dunque iniziato a praticare una vita mindful con l'obiettivo di entrare in sintonia con il mio sentire il corpo e i pensieri. Il Reiki, in tal senso, è perfettamente complementare. Prima ancora di essere una disciplina di guarigione è una pratica di auto-osservazione, che consente proprio di affinare la propria capacità di percepire ciò che si prova, sia in termini di dolore fisico che di disagio interiore, intervenendo sulla nostra prospettiva e sul nostro livello di tolleranza.
Prossimamente, entrerò nel merito dei principi che reggono la pratica Reiki, e noterete subito un segnale di affinità con la Mindfulness.
Ditemi come sempre cosa ne pensate. Avete domande?
Angela